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Belkind Scheps Osnat affronta il delicato tema della concettualizzazione codificata, ovvero del simbolo ricorrente, elevato ad alfabeto. Il concettuale di solito affronta uno stilema, un ideogramma in forma inedita e che resti unica tiratura, in modo che il messaggio venga diluito in una serie di momenti staccati ma concorrenti. Ciò allo scopo, lodevole, di rendere enigmatica, interiore la visione globale di un contemporaneo continuamente in fieri, quasi indeciso se rivelare troppo la matrice solitamente classica. Ci vuole coraggio estetico a proporre in modo netto e deciso un anti-codice, per il rischio che questo ha di assimilarsi al codice istituito, quindi scomparire.

Questo coraggio Belkind lo mostra in modo pirotecnico, virginalmente estetico, incastonando cromos e forma in modo spigliato e senza macerazioni, convinto, come usano fare gli infanti, non sempre bambini, quando raccattano tutto ciò che viene messo loro a disposizione, salvando la loro fantasia ancestrale, incuranti dell’originalità tout court e soprattutto senza compromettere il codice costituito irridendolo al solo scopo di essere alternativi.

Ciò si rivela in Belkind nell’affrontare tematiche solite quali le relazioni, la figura del maschio, il meccanicismo tecnologico compromesso, l’aridità della proposta, soprattutto la confusione del dire, ricomponendo quest’ultima in un ordine sparso, un senso preciso della mescolanza impedita dalla folle sovrapposizione dei segnali che oggi ci riguarda in qualsiasi forma della moderna comunicazione. Quest’ultima con criminale naturalezza trancia il discorso in essere smembrandolo e spargendone i resti in qualsiasi direzione. Esempio fra tutti: conosciamo la pubblicità che interrompe un film, lo ferisce, ma farlo con il trailer di un altro film lo uccide definitivamente. Altro esempio, un video “free” in Rete: prima lo sponsor era chiudibile con una x, e già è una distrazione, ora bisogna attendere alcuni secondi prima di poterlo fare, inoltre al movimento del mouse la x si sposta e devia il nostro click direttamente sullo sponsor, e ancora, se non si fa nessuna operazione prima lo sponsor sfumava, ora resta in sottoimpressione, quasi subliminale.

Belkind crocifigge questa logica introducendo a priori la distrazione dei simboli in modo che non vi sia bisogno alcuno di escluderlo, anzi rendendo gli scratchs anomali parte del discorso, in modo affabile e concorrente. Ciò crea effettivamente, in modo inconsapevole come deve essere, un codice alternativo e salvifico, una sorta di brain-storming che ammette anche il non attinente rendendolo funzionale alla soluzione finale. Perché nella mente umana non esiste il non attinente e questo la pubblicità lo sa bene.
Belkind si libera, e ci libera dalle sovrastrutture del linguaggio disabilitandole in una presenza funzionale e in questo si giova della disinibizione dal linguaggio di cui la donna in modo particolare è depositaria, perché più centrata sul contenuto che sulla modalità, virtù che le permette di situare sull’ornamento ciò che invece solitamente si va a cercare nella sostanza.

Un minimalismo eclettico, quello di Belkind Scheps Osnat, che oltre al messaggio compiuto ritorna alle origini ludiche della comunicazione prima che assurgesse a guerra dei simboli per la supremazia dell’estetico in quanto inefficace, mancanza totale di una proposta concreta, follia che sta distruggendo il mondo.

FemminArt Review

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