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Cristina Pedratscher si muove agile nell’inquadratura puntando sull’elemento altro, un particolare, una movenza, un semplice respiro, una intenzione, defocalizzando la sequenza, l’atto, la scena, elementi che nella fotografia rappresentano in genere l’impostazione istintuale cui tener fede, lasciando o meno visibili i limiti del fotogramma, il vincolo dello spazio Guthemberg.

Roland Barthes nella sua “Camera chiara” ci parla del “punctum”, ovvero dell’elemento che catalizza il flusso simbolico della foto, localizzato molto spesso, nei suoi esempi, in un particolare ininfluente, in un tratto che può permettersi di non essere segnatamente fotografico. Solo che, in questo caso, l’assioma risponde a un dettato squisitamente filosofico, il punctum è determinato da un incrocio di valori di tipo mediatico, un ragionamento, che può non richiedere la perizia del fotografo, quale Barthes non era.

Cristina invece rispetta questa stessa filosofia dell’immagine utilizzando unicamente il linguaggio fotografico, e in ciò assume più credito perché ne ossequia le finalità, imprimendo sulla retina il lampo visivo che coagula tutti i discorsi, compresa la semiologia, rendendoli gioia dello scatto e non solo opportunità meditativa. Cristina parte dall’inquadratura canonica spostandola, come se cercasse la foto nell’attimo in cui la macchina torna a riposo una volta esaurito lo scatto, lasciando in eredità il significato. In questo consiste il suo fermo immagine, che la mente circoscrive nell’immediata casualità della sensazione uditiva della scena.

Il palpito di Cristina è nella ricerca del gesto fondante della foto, quello che dà vitalità allo sviluppo chimico, o alla perfezione originale della composizione. Quest’ultima non si perde, anzi, e qui risiede la maestria di Cristina, resta come indicazione di massima di un discorso dinamico che nel frattempo cambia forma infinite volte nell’arco di un click.

Trattasi di uno sperimentalismo ante litteram, basato sulla conoscenza del mezzo, l’acume, l’intuito, la sensorialità verso un tracciato futuribile che non comprometta il presente. E’ un astratto che utilizza il formale, e non la confusione di segni che vuole sviare l’etica. Come in musica lo sperimentalismo può celarsi nelle opere classicamente udibili, Beethoven, così nella sinfonia istantanea di Cristina resta il segno euforico e delicato della fotografia insieme all’eleganza melodica del controcanto.

FemminArt Review

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