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Non c’è fonema più inflazionato di Eros, persino più di Amore, che in fatto di equivocità è campione d’incassi.

Eros è sulla bocca di tutti e da tutti dilatato a proprio autentico piacimento, accostato al cibo e sue indigestioni, alla voglia smodata di sensazioni, all’extreme, come se starsene seduti a gustare una buona percezione fosse da inadeguati, e così l’alba, la pioggia, il freddo improvviso hanno perso la loro primaria connotazione erotica fino a diventare orpello, cosa secondaria, astanteria per i grandi viaggi del corpo, quelli che danno la botta. Anche il corpo femminile, soprattutto questi è stato esautorato dal termine a favore di una sua manipolazione che sia la più invereconda possibile.

Daniela Sellini ci fa respirare, ci fa ricordare cosa determina l’Eros, ovvero la Bellezza, l’assopimento sulle ali leggiadre di un buon pensiero, deglutito, assimilato, in funzione di tutto ciò che è, e non che potrebbe ma non riesce, irraggiungibile, stilema odierno di erotismo frustrato e modificato, geneticamente. Il figurativismo di Daniela è semplice, esemplare, pulito e ciò rivela una sicurezza sul proprio stato sensitivo, non avverte il bisogno di alterare la scena e proiettare il desiderio in altre direzioni che non siano la Bellezza.

Il suo compito è molto arduo, non può appigliarsi a terze dimensioni che non siano la natura e il suo ineccepibile compendio, contemporaneamente, inteso nel senso di contemporaneità, deve saper trasferire da un apparente ritratto statico il complesso di emozioni che sono dietro la semplicità dell’essere, e che i più ignorano se non solleticati sulle corde del piacere spicciolo. Daniela tornisce le forme in modo squisito, l’irosa suscettibilità della pelle ad un colpo di vento o di senso, dona alle fattezze il momento presente, il respiro, l’immanenza estatica. Svela la patina del visibile lasciando accedere al principio primo dell’Eros: la mente, l’anima e il loro governo persino sul cuore.

Le sembianze di Daniela agiscono sull’incisività delle forme, rimarcando spesso un canone acquisito e diffuso e così facendo lo strappa ai cultori dell’immaginario figurato, del modellismo, per ritrascinarlo dalla parte del senso, della coscienza. Ciò emerge dalle espressioni, dai volti, come eredità di una corrente figurinista emotiva troppo frettolosamente messa da parte come decò demodè.

Attraverso il tratteggio docile e arrendevole delle espressioni, Daniela lascia sprigionare il vero afflato erotico, riconduce al dolce abbrivio delle curve, alla plasticità evocata, al sogno delle rotondità, perché al loro apice c’è il brivido di coscienza della purezza, della bellezza portata e non propria, come un’ombra, della contemplazione di una rappresentazione libera del desiderio, senza che ne debba seguire l’oltraggio di ogni conquista.

Eros come Bene, appartenenza al bello, e non il Male della vergogna, del sentirsene esclusi.

FemminArt Review

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