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Forme congelate, rattrappite, ibernate eppure comprese nella loro perfezione primigenia, di avatar delle sensazioni mai sopite, del ricordo che impietoso ripercorre la genesi degli interpreti di un intorno circondato circondante. I manichini vengono in genere ri-utilizzati nella loro statica di rappresentazione anemozionale, neodivinità ricomparse, icone di una adorazione ante litteram, di quando cioè l’uomo, troppo pago della sua perfetta capacità di intuire, fissava nella sembianza aliena il cippo confinario con l’idealità, per poterla dimenticare ravvisandola, al fine di non impedire al suo percorso di proseguire nella imperfezione dinamica.

Gizela osa toccare il totem delle rimembranze, non tanto per scongelarle e ricollegarle ad un difficile contemporaneo immutato, bensì per disarticolare proprio l’incantesimo della perfezione e rimettere in discussione la proiezione anomala che permise all’uomo indebitamente di creare un canone. Ogni canone è un totem, condizionato e condizionante, che ci impedisce di sentire e agire spontaneamente.

Ecco che i manichini di Gizela si animano nelle rappresentazioni semplici del quotidiano, maschio e femmina che si toccano, si abbracciano, per quanto sia loro concesso, ma lasciando percepire il contatto vero, visualizzato nei movimenti inesistenti. Se ci pensiamo, l’Amore, oggi, è proprio questo. Un bimbo che sugge dal seno, retroilluminato come la perfetta ecografia del feto. Il seno, che splende di nuova vita parimenti sfolgorante, strano per delle forme immobili, trasformando i capezzoli, in genere in questo caso devitalizzati, in piccoli volti di bimbo, come se non vi fosse scopo altro nella suzione, divenuta oggi, come sappiamo, gesto inverecondo di fagocitazione, espropriazione dell’altro.

Espressioni contrite in polistirolo guaiato che riassumono la solenne postura della vitalità pensata, attraverso il gioco di luce buio del nostro passato qualsiasi, con il risultato di trasmettere l’evocazione del pensiero, della riflessione sull’errore sbagliato e quello giusto, come di un intreccio fra ombre portate e naturali.

E la mano dell’uomo interviene esclusivamente a vidimare che non si tratta di una fantasmatica reminiscenza, di un incubo patinato, ma di figure che fanno parte della nostra rifrangenza reale e non del suo traslato, per, finalmente, considerare la storia non come prove malriuscite, esperimenti di un interno, ma attualità di un confronto pedissequo con i temi fondanti dell’umanità: conservazione e riproduzione. Memoria e Arte.

FemminArt Review19

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