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Margherita Spatola ha una doppia identità visiva, iconografica, mediale, quella realistica, calata nella naturalità del vivere, popolare innanzitutto, con una distribuzione delle sensazioni collettive più che un reportage fine a sé, splendide le sequenze degli Angeli, e una seconda personalità fatta di rifrangenze, per meglio dire frangimenti, interiori, trascendentali, motili, affascinanti per i loro aspetti di migranza fra le rappresentazioni cangianti dell’io.

Questo secondo aspetto crea per sua natura una sorta di destabilizzazione dell’obiettivo, un mosso che non è quello tecnico figlio dell’errore più o meno voluto, bensì uno zoom impazzito nelle più diverse direzioni, quasi ad offrire allo sguardo indagatore di chi scatta e di chi è scattato, l’opportunità di viaggiare nelle differenti similitudini dell’anima. E’ spettacolare seguire le orme dell’indistinto, assistere alla risposta che fa capolino e immediatamente torna sui suoi passi, semplicemente perché non esiste, ma sente, ciò nonostante, il desiderio di mostrarsi come fantasma sì, ma anche come aspetto onirico, quell’umido negli occhi che fa pensare che chi nega la risposta è comunque principalmente impegnato nel pensarla, cercarla, manipolarla, accarezzarla di flebile inconsistenza. E questo, forse, è il vero compito della ricerca, e della filosofia del vivere.

E’ frequente, in simili rappresentazioni morfosofiche, ricavarne un senso di lascito, di abbandono, accompagnato da un deliquio dell’anima che sembra a volte ineludibile, l’elevazione al quadrato della tristezza antica. In Margherita ciò non avviene, il gioco delle scomposizioni è quieto, trasposto, non pone eccessivi quesiti, ma lascia accarezzare, e godere, un movimento multidimensionale, che può fare anche tristezza, a volte, ma resta come il segno soprattutto della percettibilità dell’anima, concetto fisico quanto mentale, corposo quanto evanescente. La capacità di guardare negli occhi il sogno mancato.

L’altro elemento che colpisce in Margherita è la non separazione fra l’aspetto realistico e quello onirico della sua visualizzazione, riscontrabile proprio nel carattere delle sensazioni colte sulla strada, in quelle espressioni comunque trasognate, pensanti appunto, ma solidamente ancorate ad una realtà mistica, sia che si tratti di Angeli che di umani, che ricorda da vicino la fotografia di scena del Pasolini regista. Come dire che Margherita comunque, ci accompagna nella riflessione sul proprio stato emotivo, sui mille aspetti dell’attaccamento alla vita anche quando questa pare fluire come una lente graffiata che scivola nel fondo di uno stagno incantato.

FemminArt Review

 

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