nieuwenhuijs

 

L’universo cromatico di Martha Nieuwenhuijs si attiene al concerto emotivo delle sensazioni casuali, quotidiane, sostenibili, come se gli interpreti fossero sorpresi nel loro effettivo dinamismo momentaneo e trasformati in pose, modelle, rappresentazioni paniche essenziali per il prosieguo della scena e la formazione globale del quadro filmico. La singola movenza viene elevata a giudizio dei fatti, a stabilizzazione della memoria dalle sue insidie precedenti e seguenti, a comunicazione della decisione di merito, quasi sempre irrevocabile, a dispetto delle esitazioni che vorrebbero sortire dall’impianto generale, definitivo della rappresentazione. Attori che recitano la prova, con tutti i crismi dell’ambientazione, costumi, virate in falsetto.

Tale fusione della scena è generata dal colore, dalle virgole espressive, dalla concorrenza delle forme, dalle dimensioni amorevolmente sghimbesce. Come se tutto il fondale e le sue qualsiasi componenti iniziassero a fluttuare, a dilatarsi, ad invertire tono senso e giustificazione allo scopo di centrifugare gli elementi e ricollocarli immediatamente nella stabile armonia del narrato.

Ciò è reso possibile dall’uso classico delle striature spalmate, dei raccordi plastici dei settori tenuti distanti in una distensiva giustapposizione, nel materico che in tale contesto rinuncia volentieri alla terza dimensione perché il suo compito è affabulatorio prima ancora che visuale, di avvicinamento alla significazione e non di codifica criptata delle emozioni. Martha ci accompagna nella genesi degli assemblaggi, ricordandoci il passato nella sua valenza speculativa con tranquillità, lasciandoci distendere nella pace della scena che riporta sempre ad una pausa estiva dalle attività più pesanti, anche quando si tratta eventi circoscritti.

Ciò non di meno Martha riesce brillantemente a non narcotizzare l’ambientazione interponendo dei significati ineludibili del pensiero, o in calligrafiche reminiscenze dei messaggi palesi, o nelle espressioni ironiche o contrite ma comunque lievi, una spanna sopra la preoccupazione o l’acciglio, talora sofficemente intriganti, dei volti, quasi fossero presaghi dell’innocuità del canovaccio, anche quando è drammatico, e tendessero a rassicurarne. Oppure nei simboli sparsi quietamente a fissare le demarcazioni dal rischio della confusione semantica, sempre in agguato nella pittura di senso, il più ricorrente dei quali è l’uccello, nella sua infantile vigilanza aerea su qualsiasi deduzione, ma soprattutto nella rappresentazione che ne offre Pasolini , ovvero l’Ideologia, il mentore cosmico di tutte le nostre elucubrazioni, anche le più gentili. Un richiamo da una forma congrua, sull’opportunità di qualsiasi scena, perché Martha ci lascia riposare meditando e ci fa pensare per la prima volta ottimisticamente a qualsiasi incombente mutazione, del colore e della specie.

FemminArt Review

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