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Nella sequenza Inganni, Monica Ferretti opera una sorta di riassunto genealogico, legato non solo alla sua imago, ricorrente nella sua opera in sembianze via via sempre più sfocate, ma al tracciato che muove dalle coordinate essenziali del vivere, conservarsi, riprodursi, fino alle manipolazioni più estranee, tipo la cura eccessiva del sé, che in questa società pare magnificato dallo sguardo attento degli altri, critico, in realtà molto superficiale, pronto a distruggere ciò che fino ad un minuto prima s’era magnificato.

Nei precedenti Selfportraits Monica incanta, per la definizione con la quale riesce a mostrare il suo corpo e il corpo femminile, definizione intesa, oltre che sotto l’aspetto tecnico, soprattutto dal punto di vista ideologico. L’ideologia del corpo femminile è quella del suo significato e insieme della sua costante proiezione futura, nei termini di attrazione, potere seduttivo e rappresentativo, coagulazione del desiderio, ma non perché qualcuno se ne nutra inopinatamente, meglio consumi, ma perché appaia chiaro il percorso della donna verso la consacrazione proprio dei bisogni basilari e non di quelli indotti, quelli cioè che la società, fondamentalmente e perennemente maschilista, ha incollato sul suo corpo come un codice e barre.

Dagli scatti su di sé di Monica emerge la posa intimamente femminile del pensiero, a volte abbandono vigile, altre con piglio determinato se non aggressivo, ma sempre comunque fiera della propria possibilità, identità di mattone dell’universo e non seducente fine a sé, provocatoria, cosa di cui viene tacciata dal pubblico ludibrio in modo da farla apparire una presenza, appunto, ingannevole.

Non a caso la sequenza in oggetto ha per titolo Inganni, ma ci si riferisce specificamente non a quelli perpetrati, bensì a quelli subiti. La presenza del pane, ad esempio, archetipo di nutrimento quindi di vita, quel pane spezzato in realtà e lasciato lì in offerta votiva, come si usava portare al tempio della dea affinché se ne nutrisse. Monica lo lascia lì, ad usufrutto degli altri, quegli altri che probabilmente hanno frainteso la sua destinazione, o meglio il suo indirizzo, ambiverso. Le ombre accecanti, la mancata voluta attenzione all’equilibrio dei toni, quasi una ricerca della sottoesposizione, tutti elementi tesi a sviare attenzione da ciò che prima era il fulcro, il suo corpo, ora negato, maltrattato, irriso perché appaia chiaro che è quello che ne è stato fatto prima, prima, quando c’era tempo per leggere, e non lo si è fatto, quando c’era modo per capire, e lo si è evitato accuratamente. E’ un invito a riflettere sul pane, anche quello scartato, non considerato fino a quando ce ne sarà penuria, e tutto il resto sarà ricordo, di quanto eri bella.

Gli sguardi generici possono pensare ad una perdita, ad una confusione semantica tesa a valorizzare ciò che è stato bistrattato, una sorta di vendicazione, quelli sensibili invece scoprono ora la magia del corpo ritrovato, l’umano respiro di chi ha appreso il modo per circoscriverlo e donarlo a chi sappia nutrirsene, e scavalcare il pane, per dileguarsi nel cibo dell’anima, che ogni bel corpo nascosto solitamente contiene.

FemminArt Review

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