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Quel che colpisce a prima vista, di questa stupenda installazione in stile Rita Vitali Rosati, è, dati i tempi, la sua valenza “politica” intesa coma rapina da parte dello stato di tasse, welfare, ottocento per mille e così via, tanto che fra i primi estimatori, con proposta di contributo economico, è stato un imprenditore. Ma leggendo fra le righe e conoscendo Rita nel suo approccio al delirio umano più che sociale, appare chiaro il significato dinamico della perform.

L’obiettivo principale è quello di decodificare un linguaggio dei segni criptato, volutamente, proprio attraverso la sua pedissequa ostentazione. Esempio fulgido ne sono i media che Rita ha affrontato nel suo libro fotografico “Ahi”. Questi valenti detrattori dell’umanità intercomunicante disattivano sistematicamente qualsiasi segno destinato alla riflessione attraverso uno splatter che agisce su due punti nevralgici: la quantità, palate di fango che alla fine fanno dimenticare cos’è veramente il fango e l’uso del dolore come droga di massa, segnatamente l’esecrazione, che svia l’attenzione su cause e rimedi.
Quindi una installazione, quella di Rita, essenzialmente tesa al recupero del linguaggio da un sistema globale che ce l’ha ormai sottratto. Il posizionamento in una pubblica via a mo’ di pubblicità costituisce la visualizzazione del codice in una decontestualizzazione contestualizzata, ovvero un ripristino del segno sfruttando, è proprio il caso di dire, le stesse armi del sistema. Dolore, shock, sorpresa, simpatia e divertimento, anche sul sangue, spettacolarizzazione, show-business, anche sul sangue, titoli da prima pagina, ridda per il colpevole, che è copertura per il colpevole vero, oblio dell’innocenza, pari omertà per i veri responsabili attraverso il simbolo, l’idealizzazione, la sacralizzazione della criminalità, codifiche al contrario dei valori della vita, vero scopo della medialità di sistema.

Quindi Rita ancora una volta ci fa aprire gli occhi con un semplice artificio di scena, perché una Artista e non un politico, e suo scopo principale è quello di dare all’Arte un vero senso sociale, sottraendola dalle vetrine artefatte che emulano in realtà lo stesso identico codice del sistema, nel senso di entourage come omertà e confusione fra vero dolore e pianto del coccodrillo. L’Arte non è un defilè intellettuale che non riesce a mutare di una virgola lo scempio.

Lo dimostra infine l’operazione quietamente sentimentale che Rita riesce ad evocare sul terreno perfino dell’Amore, testimoniandone l’aspetto attuale di compravendita, di piatto della bilancia su cui si proietta quello che si pensa di dare e quello che si pretende di avere in cambio. E spesso in cambio del proprio utilitarismo, di doti affettive che ai nostri occhi sono costate dolore lacrime e sangue, in una accezione spettacolare del termine, si pretende dall’altro non un avallo, una condivisione o banale solidarietà placcata oro, ma la vita stessa e il suo entrarne in possesso. Una rapina a mano armata, di azioni quotate in borsa all’apparente scopo di comprare la solitudine, che resta invece un valore di massa.

Rita Vitali Rosati è esente da criminalità affettive, ciò che la rende sinceramente Artista, per aver segmentato il dolore in lettere dell’alfabeto e non in schieramenti asfittici di bandiera, perché è questo il far-west, il non considerare il bene comune e l’ignorare che quando si rapina ad altri, sostanzialmente si rapina a se stessi.

FemminArt Review

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