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Avvince e lascia avvinti (per sempre) dal ritmo incalzante di figurazioni iperboliche, segni di profondità vere di poesia, che, come cicatrici, stanno lì a vidimare la compulsione della sola significanza reattiva, un Io, troppo spesso lasciato solo in veggenze preveggenti, in laconici sorrisi al baro dispensati come carezze screziate di comprensiva indulgenza. Si chiede, Silvia, se sia più riprovevole giocare lealmente o perfino accettare di sedersi al tavolo, del baro (sapendolo). E’ il fulcro di rifrangenza poetica dell’Io martoriato, non da questo ingenuo interrogativo, risolto con la semplice parola “sapendolo”, ma dalla presa d’atto della propria indistinguibile sostanza dell’esistere, solida coscienza del precipizio che non è il baratro, ma “la propria bocca, il proprio ombelico”, sorgente-capolinea della Vita. La Vita.

E’ sul senso di baratro che si svolge il travaglio di Silvia, non tanto nello “stupore che non giunga neanche una voce, un alito tiepido di scuse” o nel mirare “un cuore di polpa .. (significato) marcito da tempo”, men che meno nel “ghigno del baro, .. ricamo di sutura.. della mia cicatrice..) o nel “nero su nero”, o ancora nella “falda segreta che spurga il silenzio in acqua di sale”, e.. via all’infinito, in una teoria di flash verbali che tolgono il fiato, costringono alla resa, spalle al “recinto di ferro in cui pascolo i miei giorni”, alla “linea smerlata del cielo con una catenina di ruggine”. Una sequenza di colpi che ottunde, smarrisce, lascia attoniti inebetiti di fronte a tanta bellezza maledetta, o che tale vuole sembrare. Se, ci si riprende, si capisce che questo è lo scarring on line di Silvia, l’apertura seriale di cicatrici immediatamente suturate in un “puntellare lo scheletro di brividi”, per celare, celare, al magico sé la verità da sempre nota: “non si va da nessuna parte”.

E’ questa la “rotta dell’inversione” che, è vero, è il passo indietro che salva dal baratro (quale, la bocca o l’ombelico?), ma è anche “la parola sgusciata.. e la mano che l’ha fatta a pezzi.. un gesto all’inverso). E così anche l’inversione richiede un prezzo, una vittima, un sacrificio, e nella costellazione dei pentimenti l’unico che regge è “l’aver svenduto qualcosa che valgo..”. Oh, Silvia, quel “Corpo dentro fino all’atomo più piccolo di vita sfibrato..”, la tua non è una distanza, ma “l’incavo spalancato tra secondo e secondo”, sua maestà il Tempo, che ti rende più bella ad ogni incavo che snoda. Aspetti te stessa, “..un’offerta di tregua, il pane caldo del perdono, uno spicchio di Cielo che non frani la Terra”. Oh, non franerà, e se anche dovesse è questo il respiro, il “peso delle nuvole”, lo sguardo calato nella benedetta tua figura, e “il franar m’è dolce in questa Terra”.

FemminArt Review

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